Da X Factor a MasterChef

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Abbandonato X Factor mi sono messa a seguire MasterChef. Non so esattamente come o perché sia successo. Con la tv comunque di solito accade cosi: a caso.

Anche masterchef è una gara, 4 giudici e tanti giudicati che vengono man mano eliminati fino all’ultimo che diventa primo: primo cuoco non professionista d’Italia. Anche se occorre forse ricordarlo: sicuramente ci sono persone anche molto più brave a cucinare, ma che non si azzarderebbero mai ad entrare in uno studio televisivo anche solo perché, forse, non gli piace…cioè non è che (fare) la televisione debba piacere a tutti…e forse questa potrebbe essere anche la maggioranza, una maggioranza silenziosa al di fuori dei riflettori, senza voce, almeno apparentemente, perché invece poi nella vita reale di tutti i giorni la virtualità non riesce proprio a riflettersi come la televisione vorrebbe. E qui mi viene in mente la zia napoletana di un mio amico che in cucina dove mette le mani trasforma in oro, ma a masterchef perderebbe credo.

Comunque, tornando alla trasmissione in questione, si tratta di aspiranti cuochi. Ma a parte questo, quello che mi interessa analizzare è la prospettiva che questa trasmissione offre della vita in generale direi, insomma anche qui si propone una certa prospettiva pedagogica.
A Masterchef ciclicamente (e a differenza di x factor) i concorrenti vengono riuniti in squadre: si passa continuamente dalla gara “tutti contro tutti” a quella tra squadre. La competizione quindi si snoda attraverso un processo che non trova mai soluzione di continuità tra solidarietà-conflittualità: prima sei alleato di qualcuno che poi diventa inevitabilmente tuo nemico.
In tutto questo poi ci sono anche qui quei rapporti umani che inevitabilmente si instaurano tra giudicati, ma anche verticalmente tra giudicati e giudicanti. Insomma in masterchef trovi alcuni degli elementi che nella realtà di tutti i giorni compongono il panorama della nostra socializzazione: ci sono legami orizzontali e legami verticali, due linee che s’incrociano, che non trovano mai però una soluzione di continuità come s’è detto tra solidarietà-conflittualità né quindi una soluzione positiva alla convivenza forzata su questo pianeta, se non alla fine quando ne rimarrà solo uno, il vincitore che sarà eretto almeno per un momento sopra i suoi avversari e pure sopra i giudici, ma solo per un momento perché ciclicamente anno dopo anno si ripete la competizione.

Tutto questo mi trasmette una sensazione di angoscia, anche se la sopporto pur di guardare la trasmissione.

Sembrerebbe una dipendenza…

Anche qui però (come a x factor) in effetti ad un certo punto qualcuno ha detto qualcosa che ha alterato la mia dipendenza, mi pare cracco (uno dei giudici):

“in questa prova dovevate sfruttare la libertà“

non ricordo esattamente di quale prova si trattasse o a quale libertà alludesse, comunque qualcosa legato appunto alla preparazione di qualche ricetta. Le prove solitamente infatti presentano una serie di restrizioni notevoli, in quel caso invece i giudici permettevano l’utilizzo di qualche ingrediente a scelta o una cosa del genere.

Ecco è vero che si parla di cucina, d’altra parte le metafore subliminali agiscono benissimo: il fatto che la libertà di scelta si debba sfruttare mi pare proprio una cosa sbagliata. La libertà di scelta in realtà è un diritto.

I diritti però non dovrebbe esserci il bisogno di sfruttarli, perché sennò si parte sfruttando la libertà, ma si finisce nella libertà di sfruttare.

 

è vero che qua tinder c’entra poco, ma non preoccupatevi ho già in serbo il prossimo post per tornare sull’argomento…

 

 

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Un commento

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